lunedì 23 giugno 2014

WENDIGO: nona sessione completata!


Dopo due settimane di pausa, è ora di fare ritorno a Hidden Creek!
Nonostante il leggero strato di ruggine che ricopre il sottoscritto, continua il viaggio di Henry, John e Diane nel mondo che si nasconde appena sotto la sottile pellicola di normalità stesa sulla sperduta cittadina del Wisconsin. Rebecca Talmadge, quinto membro del The Old Gentlemen's Club, non è che un'altra anima smarrita nell'Estate del 1977. Fuggita dopo un attacco di panico, la giovane si rifugia nell'anfratto di un vicolo nella Hidden Creek in rovina costringendo gli altri ad inseguira. Ma nella notte piovosa una terrificante apparizione, giunta dal luogo in cui risiedono gli incubi, si presenta di fronte ai ragazzi del club...

A giovedì con la nuova sessione!

lunedì 9 giugno 2014

HIDDEN CREEK LOG #8: THE SPRING


HIDDEN CREEK LOG #8: THE SPRING

La Vigilia della Festa d'Estate, poco dopo le otto emmezza di una sera tiepida, Hidden Creek. 
Gli ultimi raggi di un sole rossastro si spengono alle loro spalle in fondo al quartiere, illuminando per qualche istante i contorni della villetta disabitata prima di scomparire oltre la nuova water tower e il tetto della Town Hall, appena visibili.
È buio davanti a loro, oltre la porta spalancata di casa Tallmadge.
I tre amici per qualche istante aspettano nel porticato pieno di erbacce prima di entrare.
Preso coraggio, varcano il confine con l'ignoto.
John: "C'è nessuno?"
Nessuna risposta proviene dalle ombre all'interno della casa.
Henry, titubante: "Ma non è violazione di proprietà privata?"
Diane, dopo aver sfondato la porta con un calcio, si è subito ritirata dietro a Henry: "Non credo che sia il primo dei nostri problemi adesso..."
La fitta polvere sollevata dal gesto repentino si è sollevata rendendo per qualche istante fastidioso respirare quell'aria.
Diane istintivamente porta in mano dietro la schiena a cercare il suo zaino ripensando immediatamente all'idea di vestirsi in maniera così estranea dalle sue normali abitudini. Ricordatasi di non aver portato quel dannatissimo zaino, bisbiglia tra sé: "merda..."
John, capite le intenzioni della ragazza estrae la sua torcia elettrica: "Non temere, ho ancora la mia torcia, è da giorni che non mi separo da tutta sta roba." 
Alla luce della torcia, l'abitazione acquista nuovamente una forma presentandosi come un'anonima villetta, non molto lontana dalle abitazioni dove loro stessi vivono.
Lì, nell'ingresso, si nota la totale mancanza di mobili: nessuno a quanto pare è tornato dopo il presunto trasloco dei Tallmadge quattro anni fa. Una scala conduce al piano di sopra mentre sono distinguibili le porte che conducono allo scantinato, al soggiorno e alla cucina. Con le pareti sgombre da ogni ostacolo, immediatamente sono osservabili profonde linee nere in corrispondenza dell'impianto elettrico, come se i cavi stessi avessero preso fuoco nei muri.
"Guardate!" esclama John: "Quattro anni fa... sarà stato il blackout?"
Diane: "allora, è veramente accaduto..."
John: "E non un blackout qualsiasi: questa cosa deve aver bruciato letteralmente i cavi... non è stato un calo di tensione, piuttosto una specie di corto circuito? Un sovraccarico?"
Henry: "È stano però, se l'impianto elettrico fosse bruciato di colpo, anche la casa avrebbe dovuto prendere fuoco. Controlliamo il piano terra, e poi lo scantinato."
"Buona idea." John fa strada con la torcia.
Aperta la porta del soggiorno, si nota immediatamente come un'infiltrazione d'acqua sia penetrata dal piano di sopra colando sul muro e facendo riempire la parete di fronte a loro di muffa. Per terra, sulla moquette  ormai erosa dal tempo, si trova una vecchia scatola di cartone, poco più di una scatola da scarpe, anch'essa coperta di muffa.
John: "Ormai troviamo scatole ovunque" commenta John.
Diane: "sembra quasi una caccia al tesoro..."
La ragazza troverebbe la cosa divertente se il "tesoro" non fosse suo fratello.
Henry solleva il coperchio della scatola che quasi si sbriciola tra le sue mani.
Al suo interno giace qualcosa di poco rassicurante: il distintivo della DEA e la S&W Model 10-6 dell'Agente Speciale William Prince.
Henry: "Ok....questo non è certo un buon segno. Ho paura di quello che potremmo trovare, ma proviamo a vedere nel seminterrato."
John: "Buona idea, andiamo." per quanto spaventato, John non ci pensa nemmeno a prendere la pistola.
Diane si accoda senza commentare ma il suo sguardo è chiaramente quello di una persona rassegnata: Prince, che aveva promesso loro un aiuto, forse è... non vuole nemmeno pensarci.
La porta dal sottoscala che conduce allo scantinato è davanti a loro, leggermente aperta.
Dalla fessura, John intravede un cancello arrugginito, all'apparenza molto più vecchio della casa stessa, le cui sbarre metalliche bloccano scale che scendono ripide nella più completa oscurità.
John scorge il buco della serratura ed estrae dal suo zaino la misteriosa chiave che Diane aveva trovato nella camera di Casey. È solo un'intuizione, ma forse...
John: "Vi immaginate se..."
Henry: "Dai, vediamo se apre!"
Diane annuisce titubante verso John: "Jo... forza..."
John inserisce la chiave.
D'improvviso uno stridio intenso proviene a pochi centimetri da loro.
Le radioline di John e Henry cominciano a gracchiare all'impazzata non appena il ragazzo infila la chiave nella serratura.
John: "Che diavolo...?!"
A Diane viene quasi un infarto.
Henry tenta di mostrarsi indifferente allo spavento spegnendo il suo walkie-talkie: "Mi ricorda uno di quei film dell'orrore di serie b."
John sta per spegnere la sua radiolina quando ci ripensa e prova ad aggiustare la frequenza: "Aspettiamo, magari dice qualcosa."
Quello che era solo un debole rumore di sottofondo, comincia a diventare qualcosa di più comprensibile.
Parole, una voce.
Ma quello che stupisce i tre, non sono tanto le frasi pronunciate, ma chi le scandisce: quella è la voce di John: "Buona serata a tutti e grazie per averci ascoltato ancora questo Venerdì sera estivo. La trasmissione terminerà dopo un paio di canzoni, ma prima vorrei che il nostro amico dicesse qualcosa..."
John: "Una nostra trasmissione registrata? Continuiamo a sentire."
La voce di Henry, dalla radiolina: "Ebbene sì, lo ammetto: quella che sembrava una pessima idea si è rivelata qualcosa di unico: questa radio, la Radio di Hidden Creek, è un progetto che spero abbia coinvolto noi come voi, pochi - ma fedeli - ascoltatori."
In sottofondo Casey, Diane e una terza voce ridono al discorso fin troppo ufficiale dell'amico.
Diane: "Chi è quella?"
Nella vecchia trasmissione giunta da chissà dove, una voce femminile prende la parola: "Uh - grazie Henry. Non avrei mai detto, fino all'anno scorso, che sarei mai entrata nel vostro club. Ancora grazie, a costo di sembrare Henry..." alcune risate di sottofondo suonano sinistre per la qualità pessima dell'audio. La voce femminile riprende a parlare: "comunque, se c'è qualcosa che voi amici mi avete insegnato, è che l'amicizia riesce a vincere qualsiasi problema, qualsiasi ostacolo le si pari davanti. Questa è forse la più bella Estate della mia vita..."
La voce sembra a tutti loro tre familiare, ma è  John a sapere di chi sia: "È lei, Rebecca."
Henry: "Gira la chiave, vediamo se succede qualcos'altro!"
John: "D'accordo." John gira la chiave.
Quando la serratura del vecchio cancello si apre con un rumore metallico e sinistro, la trasmissione cala sempre più di volume fino a quando la radiolina si spegne da sola.
Henry: "Forse facevamo meglio a prendere la la pistola."
John, che non può soffrire le armi: "Manco per idea... qualunque cosa ci sia là sotto, non abbiamo bisogno di uccidere nessuno." si fa avanti attraverso il cancello.
Henry: "Fricchettone" sbuffa Henry.
John: "Cowboy" mormora John.

Scendendo cautamente, la luce della torcia elettrica illumina i gradini della ripida scalinata di legno malandato fino a quando non si riflette su una superficie d'acqua: l'intero scantinato della villetta pare essere allagato.
John: "Acqua... sarà per questo che la chiave diceva "la fonte"?"
Henry: "Ma la fonte di cosa? Scruta l'acqua con la torcia, forse sotto di essa c'è qualcosa!"
Gli scalini proseguono sott'acqua e non è possibile stabilire dalla loro posizione come le reali dimensioni del locale sotto la villetta. Ad occhio l'acqua, continuando a scendere le scale, potrebbe arrivar loro all'altezza delle spalle.
"Beh, io direi che ci si può bagnare un po'." John inizia a avanzare verso l'acqua.
Diane, leggermente in imbarazzo: "Verrei anch'io, ma non ho l'abbigliamento adatto..."
John sente l'acqua gelida risalire le sue gambe mentre prosegue la discesa.
Dalla sua posizione il vano sotto la villetta sembra essere incredibilmente vasto, tanto da far rimbombare le loro voci. Ormai con l'acqua all'altezza delle spalle, con il braccio teso John tiene la torcia elettrica sopra la testa riuscendo ad illuminare una vasta porzione dell'ambiente. La parete dalla parte opposta della grande stanza, quasi del tutto sommersa, conduce tramite un'apertura ad un altro spazio che sembra proseguire oltre la portata della luce. Il ragazzo avanza su di un pavimento piastrellato con motivi geometrici mentre colonne si innalzano dall'acqua sorreggendo il soffitto. A John sembra chiaramente l'atrio di un lussuoso edificio, benché allagato, e la sensazione di non trovarsi più sotto il loro quartiere lo assale. Per una frazione d'istante, la traballante torcia fa scintillare qualcosa oltre l'arco. Diane, in ansia, osserva assieme a Henry nell'ombra quella luce, ormai parecchio distante,  inoltrarsi sempre di più in quell'ambiente irreale. La fedele torcia illumina adesso un ambiente ancora più grande. Oltre l'arco, davanti a John si apre una sala ancora più vasta dove , incredibilmente, si ritrova a camminare sul vetro opaco di una gigantesca vetrata circolare finemente lavorata, simile al rosone di una chiesa. Con la coda dell'occhio, John scorge qualcosa muoversi sinuosamente dietro di lui. John  si volta di scatto, giusto il tempo per vedere la sua torcia spegnersi.
Avvolto dal buio più totale, mentre John scrolla la torcia tentando di accenderla, la vetrata-pavimento su cui si trova cede completamente.
John sente improvvisamente mancare il pavimento sotto i suoi piedi.
Sotto di lui, si apre una profondità ignota e terrificante.
Fluttuando nell'oscurità, John sente qualcosa sfiorargli la gamba.
Il ragazzo cerca di precipitarsi verso gli altri, nuotando all'impazzata, ma ciò che lo ha sfiorato pochi istanti prima lo afferra  per una caviglia.
Allarmato dall'improvviso spegnersi della torcia di John, Henry tira velocemente fuori la sua dallo zaino puntandola come un faro verso la presunta posizione dell'amico.
"Diane, va a prendere la pistola!" Henry lascia la torcia sulle scale per gettarsi in acqua e nuotare verso l'amico.
Diane, con tutta la forza che ha in corpo, comincia a correre su per le ripide scale.
Con una potenza decisamente differente da quella di un essere umano, la stretta potente e avvinghiante, come spire di un serpente, strattona di colpo John trascinandolo sott'acqua verso la voragine.
Sentendo mancare il respiro,  John dimenandosi afferra ciò che si è avvinghiato alla sua gamba stringendo il più possibile: sembra la lunga coda di un animale di grandi dimensioni, sinuosa come un serpente e viscida al tatto.
Appena la presa della creatura si allenta, John ne approfitta per risalire in superficie.
Henry nuota il più rapidamente possibile verso l'oscurità e verso l'amico, poco più di una sagoma nel buio illuminata a malapena dalla flebile luce della torcia. Ormai a qualche metro da John, lo vede afferrarsi con tutta la sua forza all'arco che divide i due ambienti.
Ed ecco che quella coda emerge dall'acqua: lunga più di quattro metri, la sua punta color rame risplende per qualche secondo alla luce artificiale prima di immergersi nuovamente.
Ma è ciò che emerge con un balzo ad atterrire Henry: il misterioso essere, delle dimensioni di una tigre e altrettanto agile, ricorda nelle movenze un felino ma è completamente ricoperto di squame nere che, alla poca luce, si coprono di riflessi bluastri. Il mostruoso essere spalanca le fauci e le zanne sono talmente bianche da risultare nettamente visibili anche in quelle condizioni.
Henry vede questa creatura puntare direttamente lui: "Merda!"
"Attento!" mentre la creatura sta per effettuare n nuovo balzo, John tenta fulmineamente di afferrarle la coda per distrarla.
La creatura scrolla la coda non appena John la sfiora, distraendosi.
Henry cerca di attirare l'attenzione della creatura gridandole contro per permettere a John  di fuggire.
L'essere resta per qualche istante spiazzato dalla confusione creata e John ne approfitta per rimettersi a nuotare verso le scale.
Diane, stando attenta a non bagnare la pistola, scende nell'acqua avvicinandosi il più possibile: "ragazzi...!"
John: "Attenta! Non ti avvicinare!"
Henry, visto John sfuggire, si allontana anche lui verso Diane a grandi bracciate.
La creatura riprende ad avvicinarsi e, con un balzo rapido ed elegante, si scaglia su John, il più vicino a lei.
Henry, ormai a pochi metri da Diane, le fa cenno con le braccia di lanciargli la pistola di Prince.
John cerca disperatamente di schivare la bestia e degli artigli degni di un leone lo sfiorano strappandogli la maglia e graffiandogli la schiena ferendolo superficialmente.
Henry afferra la pistola e prende la mira.
"Scappiamo Henry! Lascia stare!" John, sopportando il dolore afferra la mano di Diane.
La creatura è pronta ad un nuovo attacco ma viene raggiunta alla testa da un proiettile di
Henry e, da silenziosa com'era, emette una specie di ruggito, talmente potente e animalesco da atterrire chiunque lo ascolti.
John si volta verso l'amico, ormai raggiunta la scala assieme a Diane, sperava che non succedesse: "Non c'era bisogno!"
Henry sale anch'esso le scale dicendo: "Sta zitto e preparati a chiudere il cancello appena esco!"
L'essere non è morto, ma dal suo grande muso da predatore, dove si scorgono sul capo due piccole corna di rame, sanguina copiosamente: un sangue bluastro che si mischia all'acqua.
Con l'occhio non ferito la creatura, come in un gesto di sfida, fissa i tre ragazzi  scomparire al piano di sopra. Nella quasi totale assenza di luce, solo lo scintillio della sua coda di rame scivola a pelo d'acqua prima di scomparire nelle profondità che si nascondono a Hidden Creek.
Poi, più nulla.

"Presto, tutti fuori!" arrivato in cima alle scale poco prima di Diane, John chiude il cancello non appena Henry li raggiunge.
"Forse..." John mormora come assorto: "C'è qualcosa di strano qui. A parte il mostro degli abissi, intendo."
Henry riprende fiato: "Grazie John, le tue capacità deduttive sono sempre preziose."
John: "No, dico sul serio, aspettate un attimo. Un animale di quel tipo, una tigre acquatica... non ha senso, non esiste. Se fosse stata un'allucinazione?" John, un po' pallido si appoggia un attimo al muro. "
Le ferite di John sono graffi per fortuna, ma  appoggiandosi al muro di schiena gli provocano una fitta.
Diane, zuppa dalla testa ai piedi, osserva gli squarci sulla maglia di John leggermente macchiati di sangue: "Quelli non mi sembrano un'allucinazione..."
Henry: "Le allucinazioni non sanguinano, amico."
John: "È vero, ma comunque non esiste un animale così... e poi non posso fare a meno di pensare a quei tizi morti per il Wooden Nickel... forse sono solo intontito e sto delirando. Anche se non riesco a non pensare al termine "la fonte"... che avrà voluto dire? Diane ti viene in mente qualcosa?" John poi addita la pistola ancora in mano ad Henry: "Tra l'altro, adesso, se vogliono incastrare anche a noi avranno gioco facile. Quella dobbiamo farla sparire."
Diane, per un istante, ha una realizzazione. Henry e John vedono sul suo bel viso passare quell'espressione che conoscono bene. La ragazza, senza dire nulla, con un gesto deciso riapre il cancello.
John la segue, possibile che avesse avuto la sua stessa idea? "Stavo per proporlo io, in realtà..."
Henry li segue, e sa dove vogliono andare a parare.
"Ok, allora, ritentiamo ma con calma..." John con estrema cautela inizia a ridiscendere le scale nella quasi totale oscurità.
La torcia di Henry, ancora accesa, li aspetta in fondo alle scale. 
Ora, lo scantinato è un anonimo piano interrato di una villetta qualsiasi: non vi è nessuna traccia del misterioso ambiente sotterraneo sommerso né tantomeno della feroce creatura. 
"Ok, non c'è più l'acqua. Questo è già segno che qualcosa non ha senso." John raccoglie la torcia dell'amico ed avanza. Non ci sono tracce di sangue, né sue né dell'incredibile incontro. Qualcosa, puntata la luce elettrica, brilla in fondo allo stanzone vuoto.
John, a voce alta: "Se qui c'è qualcuno o qualcosa, non vi vogliamo alcun male, non attaccateci..." 
A brillare è un qualche oggetto metallico oltre una grata di scolo alla loro altezza, sul muro in fondo allo scantinato.
John tira un sospiro di sollievo: "Ok, però ora stiamo attenti, non vogliamo finire come prima..." il ragazzo avanza con cautela: "Henry, Diane, state in guardia."
Arrivato davanti alla grata, può chiaramente scorgere una chiave dietro di essa.
Una chiave di rame.
John solleva la grata e d afferra la chiave, ad una prima occhiata antica quanto quella che hanno usato per scendere lì sotto. C'è una targhetta metallica attaccata ad essa, recita: "Il Giardino."
John nota che sotto le sue unghie c'è del sangue leggermente rappreso.
Possibile che si sia ferito da solo?
"Guardate." John lo mostra la mano agli altri due: "Questo spiega molte cose."
Diane guarda con occhi stanchi e spaventati John: "Cosa stai suggerendo...? Lo abbiamo visto tutti quell'essere, Jo."
Henry toglie la chiave di mano a John: "Torniamo al cancello, voglio fare un esperimento."
John: "Aspetta, prima vorrei vedere se hai sparato a qualcosa o se hai sparato a un muro. Non ci sono tracce di sangue da nessuna parte, se avessi sparato a una creatura ci sarebbero macchie o un foro di proiettile, no?"
John, cercando spasmodicamente con la torcia, non trova nulla.
Henry: "Non ci sono macchie ne buchi perché questa non è la stanza in cui siamo stati prima. Ho un ipotesi, ma devo verificarla."
John annuisce "Questa ipotesi è molto interessante. Hai ragione, andiamo."
Henry risale fino al cancello, ed estrae la chiave della sorgente.
John segue l'amico: "Mi sembra improbabile però che una stanza possa cambiare così in fretta."
Henry aspetta che tutti siano usciti, poi chiude il cancello.
John: "Vai, prova."
Il figlio del Capo Kincaid inserisce la chiave de "Il Giardino", e prova a girarla ma quella non è la sua serratura.
"Uhm" Henry riprova con quella della fonte e una volta aperto ritorna, seguito dagli altri, nel seminterrato che si mostra come l'ultima volta: uno stanzone vuoto e umido.
Henry: "Sono monouso dunque."
John: "Allora, qualsiasi cosa sia successa la prima volta, non si ripete. Pensi sia dovuto alla chiave?"
Henry: "Oppure, prima che qualcosa accada deve accendersi quel suono sulla radio."
"Anche questa è un'ipotesi... allora un attimo per ricapitolare i fatti." John assume involontariamente un po' il tono da "maestrino" per cui i suoi amici lo prendono spesso in giro: "Se è stata un'allucinazione, è strano che sia stata la stessa per tutti e tre."
John: "Avete visto tutti la tigre squamosa, no?" chiede per confermare.
Henry: "Non era un allucinazione, era reale."
Diane annuisce: "Sì... un'allucinazione di gruppo? No, non credo."
John: "Sì, infatti, ho detto "se". Però, se la creatura fosse stata reale, dove sarebbe andata ora? A meno che non ci troviamo fisicamente in un'altra stanza, che è l'altra ipotesi."
Henry: "Io dico che dovremmo salire per scoprirlo."
Diane guarda i due, zuppi come lei: "di sicuro, l'acqua era reale ragazzi..."
John: "È vero, l'acqua c'è... ma potrebbe essere un residuo dell'allucinazione..." John si fruga in tasca cercando un fiammifero.
I suoi fiammiferi sono impregnati d'acqua.
Prova ad accenderne uno, inutilmente.
John: "Ok, quindi l'acqua c'era. Ma la tigre? E se fosse stata per esempio un umano armato di coltello... E poi la stanza era molto più grande."
Diane: "quindi, secondo te eravamo effettivamente in una stanza differente?"
Henry: "Ripeto, salendo avremo altre risposte. Rimanere qui è inutile."

Dove sono adesso, nell'ingresso della villetta, non c'è nulla di rilevante.
Tutto si presenta come quando sono entrati per la prima volta.
John: "Aspettate, fermi tutti. Io non mi ricordo di essere salito."
Henry: "Nemmeno io, l'avevo solo suggerito!"
"Un momento..." Diane ha un'altra idea e guardando l'orologio mormora: "sono le due di notte..."
"È successo qualcosa." John passa in rassegna tutte le cose che ha addosso, compreso il taccuino dell'agente dove si era ripromesso di annotare i progressi nella loro "investigazione".
Rovinato dall'acqua, il taccuino è ancora presente e non sembra mancare nulla addosso a John.
Diane, inquieta: "quanto tempo è passato effettivamente? Mi sembra molto meno di quanto segni l'orologio."
John: "Sì infatti. Potrebbe significare che abbiamo avuto un'altra amnesia."
Diane: "dici... che è un effetto collaterale di quanto abbiamo vissuto?"
Henry: "Potrebbe significare che abbiamo viaggiato avanti nel tempo!"
John ridacchia: "Secondo me è più probabile che si tratti di un effetto collaterale di un potente allucinogeno..."
Diane scuote la testa alle parole di Henry: "Ora  sei tu quello paranoico..."
John: "La sola questione che non combacia con l'idea dell'allucinazione è l'acqua. Ma è inutile continuare a speculare. Finiamo di esplorare la casa, come proponeva Henry... In tutto questo, poi, di Rebecca manco l'ombra."
Diane: "Io credo che l'amnesia sia creata da queste... come possiamo chiamarle? "Esperienze"? E' reale... e questo sì che mi mette una paura matta..." Diane si fa scura in volto: "E se... avessimo vissuto qualcosa di simile in passato?"
John: "Secondo me è molto probabile. Solo che abbiamo visto qualcosa di così assurdo che abbiamo perso molta più memoria di poche ore..."
Diane trema leggermente, forse per il freddo dell'acqua gelida, forse per la paura: "più di quanto abbiamo visto stanotte?"
Henry: "Proviamo a vedere al piano di sopra!"
John ridacchia: "Sì d'accordo d'accordo, andiamo, immagino che nelle ultime 4 ore tu non abbia fatto che ripeterlo." Poi, rivolto a Diane: "Credo di sì, non vedo altra spiegazione... abbiamo perso la memoria di anni..."

I tre salgono le scale che portano al piano di sopra, quello con le camere da letto.
Lungo lo spoglio corridoio, le porte delle tre camere sono spalancate: mancano i letti, gli arredi, i mobili. Su una di queste porte c'è scritto a grandi lettere in stampatello, con un pennarello rosa, "Rebecca". La stanza, vuota, si affaccia sul giardino della villetta. Da finestra dai vetri sporchi per gli anni passati e parzialmente bloccata si intravede una luna piena che irradia la sua pallida luce nell'ambiente. Non è rimasto nulla, solo la polvere.
Diane: "quanta tristezza, potrebbe essere una delle nostre camere. Vederla così vuota..."
John: "Rebecca sembra essere sparita... o non è mai stata qui. Cerchiamo attentamente se è rimasto qualcosa in una di queste stanze." il giovane guarda se ci sono impronte nella polvere per terra ma sembrano essere i primi a metterci piede dopo quattro anni.
Mentre sono intenti a dare un'occhiata in giro, qualcosa colpisce la finestra, molto probabilmente un piccolo sasso, producendo un suono secco.
John si affianca alla finestra, cercando di guardare fuori senza essere visto.
All'esterno, nel cortile incolto da anni, una giovane dai capelli di fuoco osserva la finestra di quella che un tempo fu la sua camera.
"È lei!" John sussurra agli altri: "Andiamo?"
Henry: "Andiamo. Anche se la faccenda è strana. Perché è qui alle due di notte?"
John: "Infatti non ha senso. Va bene, usciamo fuori: ci deve delle spiegazioni."

I tre amici, passando per la cucina che da sul giardino di quella che era casa Tallmadge, scorgono la giovane ragazza fuori, al chiaro di luna.
Le teorie turbinano nella mente di John... cosa poteva esserci nello scantinato che ha fatto perdere la memoria a tutti? Si ripromette di tornare a esplorare quella stanza alla prima occasione e di annotare qualunque passo avanti nella loro indagine sul taccuino.
Dopo un respiro profondo, per primo Henry esce all'esterno: "Scusa se siamo trasandati, ma abbiamo avuto un problema con il tuo impianto idraulico."
La giovane dai capelli rossi come il fuoco, Rebecca, osserva i tre membri del Club,  umidi e coperti di polvere,  uscire allo scoperto per affrontarla. Con occhi pieni di tristezza, non può che constatare come Hidden Creek non sia cambiata dalla sua assenza. Il bel volto di Rebecca, coperto di lentiggini, mostra una profonda stanchezza che viene da lontano: "Non ci resta che vivere nei ricordi che abbiamo perso... Scusate se non mi sono presentata subito all'appuntamento: non sapevo ancora che i miei genitori fossero morti da anni."

FINE DELLA SESSIONE

sabato 7 giugno 2014

HIDDEN CREEK LOG #7: SUMMER FEST EVE


HIDDEN CREEK LOG #7: SUMMER FEST EVE

Hidden Creek, pomeriggio del primo Luglio 1977.
Nella stretta spaccatura del terreno una brezza fresca si intromette sibilando tra le umide rocce.
I tre amici osservano William Prince allontanarsi nella direzione opposta alla loro, probabilmente per dirigersi verso la sua Dodge Aspen verde scuro parcheggiata dall'altro accesso al ponte di legno, sparendo tra gli anfratti del Little Canyon.
John, inizia a dirigersi verso l'uscita del canyon e, sventolando il taccuino: "Beh, ragazzi, direi che è ora di mettersi nei guai. Abbiamo un invito a cena e un bel po' di domande da fare a qualcuno. Intanto, diamo un'occhiata a questi appunti."
Diane: "speriamo che ci sia scritto qualcosa di utile lì dentro..." 

I tre riemergono dalla spaccatura nel terreno.
Diane si volta per un secondo ad osservare il Little Canyon: non ha mai amato quel posto, da bambina le metteva paura. 
John sfoglia un po' il taccuino: "Forse una letta veloce potrebbe darci qualche spunto su qualcosa da chiedere a Rebecca..."
La sorella di Casey si rivolge ai due amici: "qual'è il piano? Da dove cominciamo? Sembrano piuttosto disordinati come appunti."
Henry: "Prima di tutto pensiamo alla cena, e dopo che avremo le informazioni che ci servono le incroceremo con quello che è scritto negli appunti. Per ora uno di noi dovrebbe custodirli in un posto sicuro."
Diane abbassa gli occhi, quasi a guardare le scarpe degli altri: "abbiamo ancora un posto "sicuro"?"
John "Questa è una buona osservazione. Propongo che lo tenga uno di noi e che lo usiamo per annotare altre cose utili."
Henry: "Quello che sembra essere meno sorvegliato sei tu, John."
Diane annuisce: "dovresti farlo tu, Jo."
"In effetti, voi avete legami importanti: Casey e il capo Kincaid" John intasca il taccuino: "D'accordo lo terrò io."
Diane guarda il suo orologio: "abbiamo quasi cinque ore prima di incontrarci con Rebecca..."
Henry: "Allora iniziamo a dargli una veloce lettura, il tempo non ci manca."
I tre, seduti sulle panche di legno dell'area picnic immerse nel verde dei boschi, leggono a turno gli appunti di Prince, sperando di cavarci fuori qualsiasi informazione che possa sembrare loro utile.
John: "Chi è questo Mark Brewster? C'è solo nome e cognome... forse dovremmo cercare di capirlo. Sarebbe anche il caso di controllare negli archivi della Town Hall."
Henry: "Da quello che si evince, Pà e il distretto stanno coprendo il club."
Diane: "Di quello che ha scritto su Casey, mi hanno colpito due cose: la prima è che veniva a trovarmi spesso a Milwaukee, è vero, ma stava quasi sempre con me. Quando avrebbe avuto il tempo di...?" la ragazza sospira, forse si illude: "la seconda è che, quando l'agente ha nominato quell'altro Club dal nostro stesso nome, Casey sapeva di cosa stesse parlando. Speravo che almeno si fosse sbagliato, che non sapesse veramente cosa stesse facendo, invece..." la ragazza trattiene a stento le lacrime, pensa ancora qualche istante, poi: "un momento: perché non ha voluto soldi da Prince per l'acquisto del dischetto? Basta essere membri di questo loro Club per non dover pagare? Siamo sicuri che anche quelle persone che sono morte avessero pagato? Anzi, sappiamo qualcosa di loro in generale?" Diane parla a macchinetta, poi si ferma a riprendere fiato. Forse non sa nemmeno lei cosa stia dicendo.
John: "Ci stavo pensando pure io: il fatto che non abbia voluto soldi secondo me è significativo, non sembra un comportamento da spacciatore. Forse voleva solo stare fuori dai guai. Inoltre, non sappiamo effettivamente nulla sulle vittime."
Henry: "In effetti non abbiamo mai chiesto a Prince chi erano le vittime. Saperlo avrebbe potuto aiutarci sul capire i collegamenti con il club. Anche perché, da quando è scritto, solo chi ne era membro o diceva di esserlo poteva prendere i dischetti di Wooden Nickel."
John: "Dev'esserci per forza qualcosa sui giornali locali di Milwaukee, dovremmo guardare".
Diane cerca di ricomporsi, poi: "sappiamo quando sono avvenuti questi suicidi? Evidentemente di ricente..." tira su col naso: "potrei occuparmene io se volete."
Henry: "Ci saresti di grande aiuto, ma attenta a non esporti troppo."
John: "Oggi pomeriggio prima della cena potremmo fare così. Io e Henry cerchiamo di accedere agli archivi della Town Hall e di scoprire chi è questo Mark Brewster, mentre tu cerchi informazioni su questi suicidi."
Diane: "Va bene. Se sono tutti successi a Milwaukee come sembra, so come trovare queste informazioni."
John: "Tra l'altro, una cosa buffa: sembrerà stupido, ma questa cosa della radio che dice... non vi sembra familiare? Voglio dire, è quello che è successo a me con la mia radiolina... e a te pure no, Diane? Non mi ricordo, avevi detto qualcosa."
Diane: "è vero: c'è stata quella chiamata..."
Henry: "Successe qualcosa di strano anche con la vecchia radio del club, che si accese improvvisamente."
Diane: "anche alla base segreta è successo qualcosa?"
Henry: "Mentre sgombravamo la base, una vecchia radio si è accesa da sola."
John: "Davvero? Hai sentito qualcosa?"
Henry: "Niente di preciso o concreto. Voi?"
John: "No, io solo fruscio. Come lo descrive l'agente..."
Diane: "nulla. Solo quel rumore di sottofondo."
Henry: "Non è da escludere che sia implicato con la vicenda. Per ora teniamolo da parte come un fatto e vediamo se in futuro dovessimo riscontrare cose che si ricolleghino a queste interferenze."
John "Sì... è strana questa cosa delle interferenze. Sto pensando che la nostra antenna probabilmente avrebbe dovuto captarle, forse. E se... la distruzione dell'antenna non fosse stata un incidente?" scuote la testa: "Forse come al solito sono troppo sospettoso però sto iniziando a avere una teoria."
Diane: "non riesco a pensare ad un collegamento... però, sei tu quello sveglio tra di noi. Forse, sono stata troppo lontana dal nostro club" si ferma: "dalla nostra amicizia."
John: "Sono solo quello più paranoico" John sorride: "E non ti preoccupare per l'amicizia, sai che quello che ci lega resiste a qualsiasi lontananza."
Henry: "Tieni le tue frasi fatte per le turiste. Ora dobbiamo tornare indietro, prima che qualcuno cominci a domandarci su dove siamo."
Henry riesce a strappare un sorriso a Diane.
I tre si incamminano verso Hidden Creek.

Tornati nelle strade della cittadina, si dividono.
Diane: "vediamoci direttamente davanti alla Town Hall, vengo io da voi non appena ho scoperto qualcosa, penso che sarò più veloce io." dice con una punta di orgoglio.
John "D'accordo! A presto, buon lavoro e coraggio!"
La giovane fa un cenno con la mano e si incammina spedita per scomparire tra la folla.

Davanti alla Town Hall si sta allestendo un palco per domani: la piazzetta sembra un piccolo cantiere. Appollaiato sopra il tetto della Town Hall, il caro Edward dei DALETH saluta brevemente i due prima di tornare a collegare dei cavi elettrici.
John guarda la scena: "Speriamo non si fulmini..." poi si rivolge a Henry "Allora, andiamo? Potremmo anche chiedere a qualcuno negli archivi chi è questo tizio che stiamo cercando."
Henry: "Sarebbe meglio evitare di fare troppe domanda in giro. Secondo me ci conviene cercarlo tra i documenti civici, oppure, un'idea che mi è appena venuta in mente, negli archivi delle chiese. Se quest'uomo abitava qui probabilmente avrà preso parte a qualche funzione della chiesa battista o di quella cattolica."
John cerca di pensare da quanto tempo non entra in una chiesa: "Forse i documenti hanno qualche traccia... ma potrebbe essere un tizio che era solo di passaggio."
John "Vediamo nell'archivio, intanto. Altrimenti se vuoi ci si divide: tu cerchi di scoprire qualcosa su questo tizio e io rovisto negli archivi."
Henry: "Direi di non dividerci inutilmente. Andiamo all'archivio e controlliamo, anche se non sono convinto che avremo facile accesso ai dati."
John si avvia: "Perché? Basterà inventarci qualcosa... tipo che serve per il festival, una roba così."
Henry lo segue: "Sento che finirà male se ci beccano. Comunque non sarà una cosa veloce, preparati."
I due ragazzi varcano l'ingresso della Town Hall. Nononstante sia la vigilia del Summer Festival,   l'organizzazione dell'evento è ancora nel vivo. La signorina Higgins, una donna di mezz'età che in genere segue come un'ombra il sindaco Isaia Myhers, è seduta dietro la scrivania  situata all'ingresso, sommersa da diverse pile di documenti vari. Diversi volti noti della comunità vanno avanti e indietro dalle stanze dietro di lei.
Sembra la Viglia di Natale, quando Hidden Creek è come al solito in ritardo nella coordinazione delle luci e degli addobbi, da quanto la gente si agita.
Henry da una spinterella a John, come incentivo a farsi avanti.
John sbuffa e si fa avanti., poi sfodera un sorrisone di circostanza e si rivolge alla Signorina Higgins: "Buongiorno signorina! Avremmo bisogno di accedere agli archivi per una cosa del festival."
La signorina Higgins, un donnone decisamente in sovrappeso, alza svogliatamente il braccio: "Stop. Cosa volete?" dice da dietro i suoi spessi occhiali.
John: "Ehm, gliel'ho detto... alcune informazioni sulla storia di Hidden Creek e sull'edizione precedente del festival. Ecco, dovrebbe essere tutto negli archivi. Non so se lo sa, ma siamo stati incaricati di occuparci dell'organizzazione dall'Hidden Creek Heritage Comitee."
Henry specifica: "Da Dick, chieda a lui."
La donna fa un verso inumano, come fosse una sorta di animale preistorico: "Ohhh... e va bene, basta che non facciate casino. Ah, chi tento di fregare? Portatemi un caffè e vi faccio passare."
"D'accordo!" John scompare di corsa e torna sorprendentemente svelto con un caffè fumante in mano: "Ecco qua."
La signorina Higgins, sporgendosi leggermente per afferrare il caffè senza alzare il fondoschiena dalla sedia, come fosse incollato: "Mi hai salvato il pomeriggio, VanDreel: puoi passare."
Ai due ragazzi la donna ricorda un qualche essere uscito da un fumetto.
Henry avanza verso gli archivi, intimorito dall'inumana figura della donna.
Entrati in uno stanzino dietro il temibile guardiano del Dungeon, i due impavidi si ritrovano davanti ai famigerati scaffali metallici dove sono impilati vagamente in ordine alfabetico, almeno in teoria, le storie di chiunque abbia avuto a che fare con la ridente Hidden Creek.
Henry si lancia nell'affannosa ricerca.
Il vecchio orologio metallico sul muro dietro di loro comincia la sua folle corsa in avanti. Le ore passano inesorabili fino a quando un nome salta fuori: Mark Brewster. Un fascicoletto lo riguarda.
Henry: "Tombola"
John: "Finalmente! Ora sarebbe il caso anche di vedere poi cos'è successo quattro anni fa, magari troviamo qualcosa. E anche se ci sono informazioni su questo Old Gentlemen's Club e sul suicidio di Albert Løvenskiold. Ormai ogni volta che sento suicidio penso al Wooden Nickel."
I due aprono il fascicolo: a quanto pare l'uomo in questione, il signor Brewster, compare alla voce "consulenza". Quindici anni fa, quando la città venne finalmente strappata alla foresta e fatta tornare nel mondo civilizzato, il signor Brewster offrì una non meglio specificata consulenza al sindaco Isaia Myhers durante l'arco di un anno. Questi documenti, a parte l'intestazione, sono bianchi, come a far volume nell'archivio. Forse qualcuno non immaginava che si sarebbe andati a frugare lì dentro.
Henry: "I documenti ufficiali devono essere stati rimpiazzati, cerchiamo anche le altre cose."

Il tempo ormai stringe.
Forse la Town Hall rimarrà aperta fino a tarda sera per l'evento, ma hanno un appuntamento. Dai polverosi scaffali salta fuori qualcosa di interessante: quattro anni fa, come si evince da una cartella, c'è stato un incidente a Hidden Creek.
Si trattò di un blackout completo della cittadina che non fu imputabile al malfunzionamento della centrale elettrica da cui il paese dipende, ma fu generato da Hidden Creek stessa. Fu un danno enorme, anche se le cifre esatte non saltano fuori, un danno tale che senza l'aiuto del signor Lazard il paese non avrebbe potuto sostenere. Tutti gli impianti elettrici si fusero irreparabilmente,  tralicci e generatori di emergenza compresi.
Perché non si ricordano di un evento così eclatante?
Né del The Old Gentlemen's Club né dell'ultimo erede dei Løvenskiold si  ha menzione nell'archivio. Come ha segnato Prince nel suo taccuino, solo di eventi recenti si ha documentazione a causa dei trent'anni di abbandono della città.
Henry: "Ok, ora abbiamo molti indizi in più di prima. Rimettiamo tutto com'era e usciamo."
Mancano circa venti minuti alle otto. Rimesso tutto a posto come meglio hanno potuto, consci del fatto che la confusione nella piccola Town Hall sia inevitabile, salutata la signora Higgins, mezza addormentata mentre fa la guardia agli uffici del sindaco, i due finalmente escono all'aria aperta.

Ormai il sole punta deciso verso ovest mentre i lavori all'esterno sono pressoché terminati.
Una delicata ragazza dai capelli castano chiari racchiusi in una treccia e vestita con un abito estivo verde scuro è seduta vicina al palco, intenta ad ascoltare le fesserie stellari di Edward e del resto dei DALETH che come squali le girano attorno.
I due impiegano circa quarantacinque secondi prima di accorgersi che la bella ragazza in questione è Diane.
Quando si veste da ragazza, è irriconoscibile.
John si avvicina un po' imbarazzato, non la vedeva così da parecchio: "Ehm... ciao Diane. Che eleganza, stai benissimo... hai trovato qualcosa?" poi lancia un'occhiata eloquente alla band.
Diane annuisce come per fare intendere di aver trovato qualcosa: "Ciao Jo. Ciao Henry."
Edward alza le mani  per segnalare a John di aver afferrato: "Allora Jo, visto che lavoro con i fiocchi abbiamo fatto? Mi ricorda quando giravamo le università dello Stato per racimolare qualche spiccio: una tappa al un giorno, come ci riuscivamo?" 
Ed sospira ricordandosi che vita da barboni facevano... non che ora sia così diverso, ma è il pensiero che conta: "dove andiamo a mangiare? Da Wisco?"
John: "Certo! Noi purtroppo non possiamo venire, dobbiamo ancora sbrigare una faccenda. Comunque ingozzatevi pure da Wisco, paga la città. Come al solito, ottimo lavoro ragazzi." John sorride compiaciuto, ricordando anche lui la bella vita da debosciato.
Henry, quasi disturbato dalla compagnia di fricchettoni, guarda l'orologio ed esclama:"Oh, si è fatto tardi! Dobbiamo muoverci per arrivare in tempo!"
Gli altri membri di DALETH, imitando Fonzie, danno la benedizione ai tre di andarsene.
Edward: "Jo, ci vediamo a casa tua, domani mattina ripartiamo per Madison."
Diane saluta la band stuzzicandoli: "Alla prossima ragazzi!"
Henry, suo malgrado, per educazione si unisce ai saluti.
John saluta affettuosamente tutti i suoi amici della banda prima di riunirsi agli altri.
Staccatisi dai DALETH, non prima di aver dato loro una dritta per la serata, i tre amici finalmente sono liberi di parlare.
Diane: "Ragazzi... ho trovato di chi si tratta, i quattro suicidi intendo. Bé, che ci crediate o meno non sono quattro disperati tossicomani, sono quattro rinomati membri dell'alta società di Milwaukee: i signori Reese, Collins, Husk e Bailey per essere esatti... non mi stupisco che Prince non ci abbia detto nulla su di loro."
John "Chi sarebbero? "
Diane tira fuori uno dei suoi sorrisetti furbi: "Secondo quanto la mia coinquilina mi ha riferito, sono niente meno che membri del conglomerato gestito da Lazard in persona. Bingo...?"
John: "Bingo! Brava Diane!" John la abbraccia entusiasta: "Tutti gli indizi portano a Lazard. Secondo me c'è lui dietro questo club di invasati."
I due poi la aggiornano velocemente su quello che hanno trovato.
Diane, con sguardo serio: "tutto qui a Hidden Creek dipende da Lazard... tuo padre, Henry... il sindaco, i musei... tutto. Se ha ricostruito lui la città, si sentirà anche padrone di essa."
John "Diane, non dimenticare che potrebbe essere responsabile di quello che è successo a Casey: secondo me aveva scoperto qualcosa che non doveva scoprire ed è stato incastrato. Ne sono sempre più convinto. Se davvero Lazard è responsabile, dovrà rispondere di ciò che ha fatto."
Diane abbassa leggermente la testa: "il signor Lazard... non è qualcuno contro cui possiamo metterci da soli. Aspettiamo l'agente Prince, lui saprà sicuramente cosa fare. Non sospettava anche lui di Lazard?"
Henry: "Ma Lazard è nato e vissuto a Milwaukee. A parte i suoi interessi economici, che legami potrebbe avere uno che viene da fuori con il Club? Se guardiamo le morti, facevano tututi parte del suo conclomerato: non mi stupirei se la vittima successiva fosse proprio lui. Magari qualcuno vuole recidere i legami tra Lazard e Hidden Creek."
Diane: "se così fosse, dobbiamo avvisarlo! Domani il signor Lazard arriverà per la Summer Fest. Forse il pericolo è dietro l'angolo..."
John: "In effetti entrambe le teorie sono plausibili, Lazard come vittima e come colpevole... non abbiamo ancora elementi per decidere. Resta però il fatto che non ricordiamo questo blackout e mi chiedo se anche gli altri se lo siano dimenticato... possibile che non ne abbiamo mai sentito parlare?"
Henry: "Forse questa cena sarà chiarificatrice. Ricordami, come si chiamava la ragazza con cui hai parlato prima? Dato che eravamo negli archivi avremmo potuto approfittarne."
Diane: "aveva detto di chiamarsi Rebecca Tallmadge, giusto Jo?"
John: "No, aveva solo detto dove abitava, sono risalito al cognome da lì! E il nome dovrebbe essere quello del quinto membro del nostro club. È tutta un'intuizione."

I tre sono giunti nel loro quartiere e proseguono verso quella che dovrebbe essere l'abitazione dei Tallmadge, almeno fino a quattro anni fa. Davanti a quella casa sono passati innumerevoli volte in questi anni senza neppure farci caso. 
Diane, col suo solito sarcasmo: "però una doccia potevate farvela dopo la scampagnata al ponte di legno..."
La casa in fondo al quartiere finalmente comincia a delinearsi. Quella che doveva essere una villetta accogliente, non molto differente da quelle di tutti loro, adesso è un'ombra oltre il  piccolo giardino incolto davanti ad essa. Come sempre, nessun segno di attività. Le finestre sono parzialmente bloccate mentre il cancelletto che conduce al porticato è aperto. Un senso di desolazione generale aleggia nell'aria, cominciata a farsi fresca.
John "A quanto pare, anche Rebecca potrebbe aver perso la memoria... o ci stiamo sbagliando di casa?"
Henry: "C'è solo un modo per scoprirlo:  Jo, perché non vai a bussare?"
John: "Se mi vede, mi uccide. Avrei dovuto dirle che la casa era abbandonata, ma non sapevo di che posto stesse parlando..."
Diane, con buona pace di John, afferra istintivamente un braccio di Henry, decisamente il più robusto dei due: "...avviciniamoci ancora un po'."
John avanza cauto dietro ai due.
Avvicinatisi ancora alla villetta, ormai sono nel giardinetto incolto dove l'erba alta e i rovi hanno creato una piccola selva. Davanti alla porta dell'abitazione abbandonata, i tre si fermano per osservare meglio. La porta di legno è parzialmente scrostata e la vecchia serratura non pare molto resistente.
John bussa: "C'è qualcuno?"
Nessuna risposta, non un rumore proviene dall'interno.
Da sotto la porta, scivola sul legno del portico d'ingresso un foglietto.
Diane ha una fifa blu e non proferisce parola, odia le storie di fantasmi.
John si china ad afferrarlo.
Battendo sul tempo John, Henry esamina il foglietto.
Sembra un invito, scritto con una grafia elegante e pulita. 
Lo scritto recita: "I membri del The Old Gentlemen's Club sono pregati di partecipare alle attività della Festa d'Estate. Un nuovo percorso è appena iniziato."
A Henry una goccia di sudore fredda come il ghiaccio scivola lungo la schiena.
Sono le parole udite alla radio quella mattina, il messaggio completo.
Henry, impallidito di colpo, mostra il messaggio a John: "È la stessa frase uscita dalla radio."
John: "Quale frase?"
Henry: "Quella che sentì alla radio del rifugio...."
Diane da blu è diventata bianca: "D-di che cazzo parli?"
Henry: "Vi ricordate prima quando sì parlava delle anomalie con la radio? Questo è quello che ho sentito prima che il rifugio collassasse."
John è attonito: "Ma avevi detto di aver sentito solo statico! Perché?!"
Diane è nel suo mondo, intenta a sperimentare i diversi gradi di paranoia ispirati a quelli di John.
Henry: "Avevo detto che era un messaggio incomprensibile e insensato, non che era statico. Fino ad oggi non me lo ricordavo con esattezza, ma rileggendolo qui...."
Diane esce brevemente dal suo mondo per dire: "c-che ci facciamo ancora qui...? Andiamo via!"
John: "Via dove? Io sinceramente non ne posso più di questa storia. C'è qualcuno in questa casa e forse potrebbe darci delle spiegazioni."
Diane respira profondamente: "Ok, facciamola finita...!"
A questo punto, con tutta l'energia repressa dell'ansia, la ragazza tira un calcio secco alla porta d'ingresso che si apre come niente fosse alla pedata potente della ragazza.
Ora i due si ricordano il perché la fecero entrare entrare nel Club quando erano poco più che bambini: era la più forte e intrepida tra loro.
I tre membri del Club rimasti, preso coraggio, varcano la solitaria soglia di casa Tallmadge.

Otto e venti, da Wisco.
Il locale è pieno fino a scoppiare, domani è il grande giorno: il secondo Summer Festival della storia di Hidden Creek sta per avere inizio. 
I DALETH sono intenti a banchettare col Menù Speciale Anniversario quando Ed adocchia la rossa Hollie avvicinarsi al loro tavolo. Col suo fare piacente e la sua faccia tosta, il leader della band richiama a sé l'avvenente cameriera: "So che hai un dono, me lo ha detto un uccellino. Stiamo cercando una cantante, magari vuoi fare un provino... in privato."
Il momento è decisivo, i due sguardi si incrociano, la tensione è palpabile.
La canzone di sottofondo proveniente dal juke-box finalmente termina. 
Alla giovane di Hidden Creek si illuminano i grandi occhi smeraldo: "Volentieri."
Edward non può che pensare: "Grazie Jo, grazie Henry: siete campioni del Sacro Patto tra Uomini che si tramanda fin dall'antichità..."
La serata è salva.

FINE DELLA SESSIONE